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Sono andato leggendo La passione dell'odio con l'aspettativa che mi venisse incontro da questa lettura quanto mi bastasse per una sua recensione. Ero oltre la metà del libro e non avevo fatto nessun incontro, avvertendo una impressione molto particolare. Da una parte trovavo di molto interesse le esposizioni cliniche che accompagnavano gli scritti e di grande onestà intellettuale le considerazioni teoriche che le accompagnavano. Da un'altra parte però rimanevo nell'impossibilità di una decisa partenza per riferire sul libro. Anzi finii per escludere di poterlo recensire. A questo punto, tuttavia, mentre ne contemplavo la lettura, sentivo anche di perdere qualcosa di importante che mi scorreva sotto gli occhi. Si imponevano alla mia attenzione la grande onestà intellettuale con la quale gli Autori presentavano il loro discorso. Nessuna torsione ideologica, nessuna esibizione, ma un racconto limpido e sincero. Un punto mi sembrava chiarirsi: c'è una discrepanza tra le osservazioni della clinica e la cornice teorica di riferimento. Quest'ultima è insufficiente a leggere quella!
È a questo punto che trovai una via di accesso praticabile. Se io accosto a quanto andavo leggendo il mio racconto del “narratore psicoanalitico” trovo un'illuminazione. La passione dell'odio è un fedele racconto del fallimento del “narratore psicoanalitico”. I resoconti clinici raccontano il suo fallimento e, insieme a questo, la sua cura, il suo ripristino! Ma da dove arriva e che cosa è questa passione dell'odio! Essa è, io credo, una delle più temibili involuzioni del destino della pulsione aggressiva, che viene orientata a un esercizio disperato, infruttuoso e dannoso. È il più infelice dei destini della pulsione aggressiva, o dell'uso della forza, che sfugge di mano al suo manovratore e lo soverchia (come il computer di bordo Hal di 2001: Odissea nello spazio). Per realizzare la propria spinta distruttiva deve soverchiare il principio della cura che regola l'identità, la
cura e la poesi