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Dal 12 al 15 giugno scorso, nella EPF-FEP House a Bruxelles si è tenuto il NQAS (Newly Qualified Analysts Seminar). Due sessioni plenarie e otto sessioni di supervisione in piccoli gruppi, che hanno visti impegnati poco più di 30 psicoanalisti freschi di associatura – italiani insieme a me Marzia Mulieddo, Gaetano Filocamo e Giovanni Miotto – presso le rispettive Società europee e del Sud Africa e quattro supervisori di training: Mercedes Puchol, della Società Psicoanalitica di Madrid, Bernard Cullen, Irlanda del Nord, Alexander Janssen, di quella olandese, e Renate Kohlheimer della Società viennese e attuale vicepresidente della FEP.
I partecipanti sono stati invitati a produrre un elaborato relativo a un caso clinico non presentato prima ad alcun supervisore, che constasse di una presentazione e due sedute. Sono stati predisposti quattro gruppi da otto partecipanti e i supervisori sono ruotati due volte per gruppo, permettendo a tutti di presentare il proprio lavoro. Questa organizzazione ha permesso di sperimentarsi con un gruppo che permanendo nel tempo, pur breve, della conferenza, ha visto una sua evoluzione creando ponti e poi percorrendoli avanti e indietro, tra lingue, culture, nature, orientamenti e modelli diversi, e permettendo un approdo in dinamiche di funzionamento che si sono giovate di risonanze feconde.
Il campo che è andato creandosi durante quelle giornate si è mosso dentro un interstizio che ha consentito la creazione di un'area di gioco, a qualche livello sospesa nel tempo, che ha mobilitato funzioni dissociative della mente che per quei giorni hanno lasciato i presenti fuori dalle brutture in atto nel mondo, e alla ricerca di linguaggi comuni, radici condivise, che potessero accostare le differenze. Dissociazione intesa non solo come difesa estrema contro l'intrusione di affetti traumatici intollerabili (Freud, 1923; Janet, 1889), ma come funzione psichica complessa, implicata nei processi di simbolizzazione e costruzione del Sé (Bromberg, 1998)