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Il libro di Claudio Di Lello si presta a una lettura a due diversi livelli. Da un lato è un ottimo testo da tenere a portata di mano, perché offre un panorama esaustivo della storia del gruppo nel mondo delle idee e nello specifico psicoanalitico, con una puntuale rassegna di funzionamenti e finalità terapeutiche. Dall'altro, contiene una serie di riflessioni originali, direi anti-manualistiche, lasciate cadere nelle pieghe del discorso, che aprono orizzonti critici di grande interesse. Utilmente pungente e molto documentato è, per esempio, il paragrafo “Resistenze epistemologiche al Gruppo”. In effetti, il mondo della psicoanalisi istituzionale ha sempre guardato con diffidenza alla terapia di gruppo, tanto che in Italia solo dal 2024 pratiche cliniche, teoriche e organizzative vengono accolte fra le iniziative ufficiali della SPI. Ma queste resistenze vengono da lontano: Di Lello racconta, attraverso il libro di Resnik (1994), La visibilità dell'inconscio, della reticenza di Klein rispetto al gruppo e della parentesi che Bion stesso si prese nei confronti del lavoro con e sul gruppo, proprio nel periodo della sua analisi con la grande analista anglo tedesca.
Certo, molti elementi hanno concorso a questo radicato scetticismo. Per prendere una curva larga, possiamo andare allo storico viaggio a Parigi che Freud fece, per conoscere Charcot e assistere alle sue lezioni alla Salpêtrière. Qui, di fronte a un pubblico numeroso, veniva messa in scena quasi una pièce teatrale, con il professore che, circondato da allievi, chiedeva a un infermiere di far entrare la paziente, una generosa donna che (si) esibiva il sintomo isterico, come richiesto dal copione. Certamente eccessivo il tasso di suggestione agli occhi di Freud, troppa gente in scena per chi, inventando il lettino, proponeva di perdere di vista il paziente, inaugurando così l'oscillazione fra associazione libera e attenzione fluttuante, in un setting non immune da elementi suggestivi, ma controllati e analizzati.