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Less is more.
Se la psicoanalisi è sopravvissuta al 1900 con le sue guerre mondiali, le persecuzioni razziali, le rivoluzioni violente e non, che a più riprese hanno scompaginato la società e la cultura occidentale, lo dobbiamo anche a quegli psicoanalisti che trovarono proprio nella psicoanalisi non solo un mestiere ma un modo di poter continuare ad abitare un mondo sconvolto e brutale, non perdendo la capacità di sentire e di pensare, facendo della psicoanalisi in qualche modo una casa adatta alla precarietà del vivere, dove poter ritrovare se stessi e accogliere gli altri cercando di dar loro un aiuto.
Molti dei maestri della psicoanalisi contemporanea conobbero e sopravvissero alla guerra, alle persecuzioni e alle migrazioni forzate forse anche grazie alla psicoanalisi. Molti di loro nel trasmettere il loro sapere, nella pratica clinica come nella teoria, non attingevano solo allo studio della disciplina, ma anche molto alla loro esperienza di vita. Venivano da lontano, mettendo in gioco nel loro mestiere, la memoria del mondo e dei mondi che avevano attraversato.
Federico Flegenheimer era uno di questi. Egli ha testimoniato, nel suo modo di vivere e essere psicoanalista la caparbietà dell'uomo mite che non perde mai la sua umanità.
Nato nel 1929 a Rotterdam da famiglia ebraica e costretto ben presto a scappare dai Paesi Bassi con i suoi familiari, a causa dell'occupazione nazista, giunse in Argentina, dove crebbe e iniziò la sua formazione come psicoanalista. Anche dall'Argentina dovette poi fuggire con l'avvento della dittatura di Videla, scegliendo Torino come destinazione, la città che divenne poi sua stabile dimora. E mi piace pensare che la scelta di questa città possa aver trovato una sintonia con il suo modo di essere, la sua musica interiore, il suo understatement. A Torino, comunque, fu accolto con generosità e curiosità dai colleghi e acquisì da subito, pur senza mai mettersi in evidenza, un ruolo importante nella formazione delle giovani generazioni di a