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Il racconto di un caso è sempre un tentativo di riannodare i tanti fili che in ogni analisi si incrociano, talvolta si confondono, talvolta si perdono. In una visione necessariamente parziale, si sceglie un tragitto, si sottolineano questioni, si pongono domande. D'altra parte ogni commento a un lavoro clinico è forzatamente incompleto, in qualche modo arbitrario e persino bizzarro a volte, non potendo testimoniare che di un'eco, che può cogliere o meno qualcosa di quell'incontro singolare fra un paziente e un analista, fra due storie e due voci, fra due inconsci. Il commento a un testo quindi diviene un lavoro associativo-interpretativo, che testimonia in vivo della fragilità di ogni teoria e nello stesso tempo della persistenza di ogni sguardo. Mi pare per il commentatore un invito perturbante e utile a lasciarsi attraversare e interpretare dal materiale offerto. Non per portare nel commento un ordine arbitrario, ma piuttosto per accogliere sollecitazioni impreviste e tangenziali e auspicabilmente offrire possibilità alternative di visione.
Questa la necessaria premessa a un invito che affronto come un'occasione, offerta da A. e dalla sua analista, per riflettere sulle sfide di una professione impossibile. Proprio perché ogni commento può essere allo stesso tempo puntuale e incongruo, vorrei provare a giocare immaginando la lettura del materiale come aperta a due differenti correnti, che potremmo chiamare dipendenza e desiderio. Da una parte una lettura orientata alle prime vicende relazionali, alle possibilità di rintracciare nel transfert crolli originari, dall'altra il tentativo di incontrare nella vicenda transferale la costruzione di un soggetto desiderante, attraverso le vicissitudini del sessuale, in tutte le componenti che lo costituiscono, anche in negativo. Come si articolano queste differenti linee della costituzione psichica del
soggetto? È nel transfert, in questo legame che intesse i fili della storia con quelli dell'incontro, che qualcosa di una m