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L'articolo indaga le sfide che la pratica clinica e le istituzioni psicoanalitiche sono chiamate ad affrontare in un'epoca segnata da un profondo sconvolgimento dello scenario globale, contraddistinto dal persistere di conflitti bellici, dalla crisi climatica, dall'accelerazione dei processi tecnologici e da diffuse dinamiche di disumanizzazione. Muovendo dalle riflessioni di Sigmund Freud sulla guerra, dagli apporti di Hanna Segal in tema di distruttività e negazione, nonché dal pensiero post-umanista di Rosi Braidotti, l'articolo sostiene la necessità di una riconsiderazione critica dei concetti fondativi della psicoanalisi alla luce delle trasformazioni culturali contemporanee. Particolare rilievo è attribuito al concetto di neutralità analitica, la cui configurazione appare oggi problematizzata in un contesto iperconnesso, nel quale la realtà esterna, condivisa da paziente e analista, tende a irrompere e a inscriversi con continuità nello spazio del setting. In dialogo con la nozione di “mondi sovrapposti” (Puget e Wender), si propone che la salvaguardia di uno spazio di intimità psichica all'interno dell'incontro analitico si configuri come un compito al contempo imprescindibile e sempre più esposto a tensioni nelle attuali condizioni di crisi.