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Il volume si apre, nella pagina iniziale, con una dedica che T.H. Ogden rivolge ai colleghi italiani Giuseppe Civitarese e Nino Ferro. Un significativo riconoscimento del valore del loro contributo psicoanalitico, particolarmente fecondo nell'ultimo ventennio. Sull'onda di tale considerazione, ricordo altri due autori italiani che egli ha annoverato sin dall'inizio tra i propri riferimenti teorici: Renata ed Eugenio Gaddini. L'attenzione rivolta alla psicoanalisi italiana e ad alcuni suoi rappresentanti non è casuale, dal mio punto di vista: essa riflette la consapevolezza di Ogden circa l'importanza della contaminazione tra diverse tradizioni di pensiero, soprattutto in aree similari di ricerca: in questo caso le matrici originarie della vita psichica. Un vertice declinato secondo un'attenzione al punto di vista genetico-evolutivo, (c'è Winnicott sullo sfondo), mai concepito secondo una vettorialità temporale lineare, bensì in una complessa dialettica di forme generative di esperienza psichica.
La dedica iniziale del volume ha evocato in me il ricordo di un'altra storica dedica che nel 1994 lo stesso Ogden aveva rivolto al suo amato maestro A. L. Bryce Boyer, colui che, nelle sue riconoscenti parole, gli aveva «insegnato cosa significa essere uno psicoanalista» (Ogden, 1994, corsivo mio). Tale riferimento, è posto in apertura al fondamentale volume Soggetti dell'Analisi. Fa da sfondo al suo pensiero, quell'atmosfera riguardante il trattamento delle patologie gravi, degli stati regressivi, delle psicosi schizofreniche, profondamente influenzata dagli spiriti della Tavistock Clinic e dagli echi di Chestnut Lodge, avanguardie di pensiero psicoanalitico applicato al trattamento delle psicosi (è sufficiente, per tutti, ricordare il contributo geniale di H. Searles). “Coesistenza inquieta di una molteplicità di epistemologie” sin da allora, declinate nell'apporto teorico di Ogden, in forma originale, testimonianza di uno dei contributi più ricchi e innovativi nel panorama