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Il libro di Armogida e Balsamo, Diniego e speranza. Trasformazioni del negativo, fin dal titolo, pone, a mio avviso, una questione: l'accostamento tra diniego e speranza. L'interrogativo che un simile accostamento ha suscitato in me riguarda il tipo di relazione che diniego e speranza contraggono: il diniego, infatti, è una difesa dell'Io con tutta la fissità e la rigidità che un meccanismo difensivo assume per poter appunto difendere la consistenza e la coerenza dell'Io pur a prezzo di inibizioni o mutilazioni del proprio funzionamento; la speranza, invece, appare come uno stato interiore di incerta definizione, una sorta di postura interiore, una specie di posizione di attesa senza (ancora) oggetto.
Per tentare di sistemare in qualche modo questa questione iniziale, ho provato a rintracciare alcuni temi che mi sono parsi centrali nello sviluppo delle tesi teorico-cliniche del libro.
Per prima cosa, mi è parsa centrale la posizione che Balsamo assegna al diniego, nella sua dimensione di drasticità difensiva: quella di una difesa originaria resa necessaria dalla mancanza di un sì altrettanto originario, di un sì, proveniente dall'Altro, che ha accolto, attestato, sottoscritto la vita del soggetto. L'assenza di questo sì originario attiva una difesa anch'essa radicale, appunto una forma assoluta di diniego, che a sua volta avvia non tanto un lavoro del negativo, ma un lavoro di negativizzazione: della percezione per allucinazione negativa (lo strappo al percepito e la perdita di realtà), del pensiero il cui sbiancamento viene riempito da deliri e allucinazioni, della capacità simbolica sostituita dal passaggio all'atto.
L'altro aspetto che pure mi è parso di grande interesse è la ricaduta clinica che questa condizione determina. A questo proposito, Balsamo suggerisce l'esistenza di un legame tra la mancanza originaria di un assenso dell'altro/Altro alla vita del soggetto e alcune forme di pensiero: