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«Quando il viandante canta nell'oscurità, rinnega la propria apprensione, ma non per questo vede più chiaro»
Cent'anni fa, nel febbraio del 1926, fu pubblicato per la prima volta il saggio di Freud Inibizione, sintomo e angoscia. Un lavoro complesso, che Freud definì in una lettera a Jones uno scritto «arido», che trattava una «materia estremamente ostica», o, nella corrispondenza con Eitingon, «un nuovo, difficile rompicapo». La frase che riporto in esergo chiude il secondo degli undici capitoli che compongono il saggio.
Il 7 febbraio 2026 a Milano, presso la Casa della Cultura, si è svolta la Giornata Scientifica dal titolo Angosce rappresentabili e irrappresentabili1. Un'intensa giornata di studio dedicata a questo saggio ricco tanto di spunti che di passaggi oscuri e difficili e che, citando Rossella Valdrè, «apre più problemi di quanti ne risolva». Dopo l'apertura dei lavori a cura del Presidente della Società Psicoanalitica Italiana Ronny Jaffè, si sono susseguite le relazioni della mattina che hanno tutte sottolineato la peculiarità di un testo qual è Inibizione, sintomo e angoscia: quella di essere uno scritto che risulta a tratti ostico, ma che ancora, a cent'anni dalla sua pubblicazione, è in grado, se interrogato, di dare delle risposte.
Inibizione, sintomo e angoscia è un testo ostico perché ha la caratteristica, evidenziata da Laplanche e ripresa da Stefania Nicasi, di svilupparsi secondo un movimento a spirale, lungo il quale le prime formulazioni freudiane sull'angoscia, che vengono riprese a trent'anni di distanza per quello che a prima lettura sembra un ribaltamento della teoria dell'angoscia, si rivelano nelle pagine seguenti
Le relazioni presentate nel corso di questa Giornata Scientifica verranno pubblicate sulla Rivista di Psicoanalisi nel numero 3-2026.
un completamento, e nonostante sembri che debbano cedere il passo a nuove idee, sono poi riprese, rivisitate e affinate a un livello diverso.
Giovanni Foresti definisce Inibizi