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Sempre più la nostra epoca storica ci appare catastrofica e di rottura, lascia senza parole e sconcertati anche rispetto alla sopravvivenza dello stesso pensiero psicoanalitico. Ad alcuni potrebbe apparire eccessivamente pessimistico, ma di fatto, dal crollo delle Weltanschauungen nel secolo scorso, è palese il disorientamento del soggetto contemporaneo. La dissoluzione di ogni ordine di senso prestabilito cui aggrapparsi e la conseguente disseminazione delle identità interroga inevitabilmente anche la clinica contemporanea e la teoria della tecnica sotto forma di quella che Kristeva (1993) definiva un'impasse delle funzioni rappresentative della mente1.
La situazione è tale che, quasi reattivamente alla sua dichiarazione di morte nelle pagine de La Gaia Scienza (Nietzsche, 1882), il desiderio di “Dio”, un «incredibile bisogno di credere» (Kristeva, 2007), sembra tornato in voga (anche nella versione paradossale di una AI elevata a Verbo, pronta a esonerare il soggetto dalla fatica della ricerca personale e dalla costruzione di un senso per l'esperienza umana). Le battaglie di religione sono all'ordine del giorno e da tempo si è ripreso a uccidere in nome di Dio, schierandolo per la causa dell'uno o dell'altro, salvo che ormai, come scrive Cacciari (2026), siamo al di là di ogni escatologia religiosa per la quale, al momento dell'Apocalisse, il giudizio di
«Gli analisti sono spinti […] ad inventare nuove nosografie che tengano conto di “narcisismi feriti”, di “false personalità”, di “stati limite”, di “psicosomatiche”. Al di là delle differenze di queste nuove sintomatologie, un denominatore comune le riunisce: la difficoltà a rappresentare […] Questa carenza della rappresentazione psichica intralcia la vita sensoriale, sessuale, intellettuale e può danneggiare il funzionamento biologico stesso» (Kristeva, 1993, 23).
Dio ricomporrà l'ordine dell'universo. Il nostro orizzonte è catastrofico, ma di fatto non apocalittico, siamo consegnati a vivere un mondo tanto lace