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L'articolo affronta la natura paradossale del rapporto tra linguaggio e verità, in cui l'espressione linguistica è al contempo la via attraverso la quale è possibile intravedere la verità, ma allo stesso tempo quella che la nasconde e la distorce. Proprio come il pensiero psicoanalitico, anche la tradizione mistica sostiene che la verità sia nascosta ai sensi, al linguaggio e al pensiero. Entrambe le discipline cercano di descrivere una verità emotiva, o realtà ultima, che esiste al di là della conoscenza e della coscienza umana. Gli scritti mistici spesso danno voce alla frustrazione provata di fronte all'incapacità di rappresentare e comunicare l'esperienza emotiva incontrata nel lavoro psicoanalitico. La tradizione mistica facilita quindi la tolleranza dell'incontro con il Regno del Meno, un regno non concreto e immateriale che integra il regno positivo e “percepibile” della realtà materiale. Inoltre, poiché le interpretazioni mistiche sono spesso predisposte verso il mondo interiore, ispirano la capacità dell'analista di reinterpretare la narrazione del paziente e di indirizzare il significato più verso l'interno, nel mondo interiore.