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La ricorrenza dei cento anni dalla pubblicazione di Inibizione, sintomo e angoscia, oltre a costituire una motivazione alla rilettura dello scritto freudiano, rappresenta uno stimolo a riflettere sulle manifestazioni dell'angoscia che si sono palesate nell'arco di questo secolo e sulle forme che più frequentemente oggi assume, quindi sui modi in cui, come analisti, le approcciamo.
La giornata che si è svolta a Milano il 7 febbraio 2026 si colloca al crocevia tra passato e presente, con uno sguardo rivolto al futuro, per come possiamo intravederlo.
Il titolo ci conduce subito in medias res: Angosce rappresentabili e irrappresentabili, in un percorso, se vogliamo, a ritroso, sia rispetto a un'ideale linea evolutiva, che ad un'auspicabile trasformazione nel processo terapeutico, dall'angoscia che si esprime con una possibile raffigurabilità (Botella, Botella, 2001), all'angoscia impensabile, senza forma e senza oggetto.
In altre parole, si è seguita una pista che ha preso avvio dalle origini della psicoanalisi, ossia dalle teorie freudiane sull'angoscia, per volgersi poi agli sviluppi teorici successivi, che hanno permesso, in particolare, di accostarsi agli stati primitivi della mente e all'angoscia non rappresentabile, che nella clinica si sono manifestati con sempre maggiore frequenza, inducendo gli analisti a riflettere sulla tecnica e a modificarla.
Gli interventi della tavola rotonda pomeridiana vertevano intorno alle “vie e agli inciampi della rappresentazione” e il ricco materiale clinico presentato
dai relatori consentiva di entrare nel vivo delle forme e dei modi dell'angoscia, sperimentata da pazienti e analisti nel processo terapeutico.
Le angosce irrappresentabili trattate dai relatori hanno offerto lo spunto a riferimenti artistici e letterari che mi pare costituiscano una sorta di via breve e facilitante nell'approccio a ciò che è ineffabile e non rappresentabile, vale a dire un modo per condividere con il paziente, da parte dell'analista, una funzione di