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Seguire le “tracce”, gli indizi, i segni lasciati dai viandanti che ci hanno preceduti è una ricerca che può appassionare così tanto da diventare una cifra identitaria dello studioso che quel progetto lo ha inizialmente solo fantasticato. Una passione che cresce negli anni, alimentata dagli indizi, dalle scoperte che aggiungono sapere alle nostre conoscenze ma che, alle volte, e questo è l'aspetto più affascinante e interrogante, scompaginano quel sapere, lo rimettono in discussione, mostrandoci aspetti nuovi che illuminano zone d'ombra di conoscenza. Un sapere che sembrava stabile, rassicurante, condiviso, viene scosso dalle nuove conoscenze che riaprono una pensabilità su quanto solo apparentemente noto.
Il libro di Rita Corsa, il terzo di una trilogia sulla nascita della psicoanalisi in Italia (Corsa, 2013, 2017) fa proprio questo: aggiunge conoscenza, attraverso la scoperta di indizi, sui rapporti tra Freud e alcuni scienziati italiani, mantenuti nell'ombra di quei rapporti o trascritti nella storia secondo interpretazioni non completamente aderenti alla realtà, alla verità storica. E lo fa con una tale passione parlante che trasmigra nel lettore, trasformandosi in piacere, un intenso piacere nella lettura. La qualità nella scrittura e nei contenuti è stata riconosciuta dalla giuria del Premio Gradiva di Lavarone, che ha premiato il libro, ex aequo, con il libro di Angelo Maliconico Compagni di viaggio. Storie di schizofrenici e di uno psichiatra-analista, edito da Astrolabio. Leggere l'ultima fatica di Rita Corsa è come leggere un giallo di Arthur Conan Doyle, dove Sherlock ci mostra i movimenti che il pensiero opera, mosso da quella passione, da quel πάθος, che spinge all'azione, alla ricerca, allo studio, alla scoperta (Riolo, 2025).
La ricerca – che si avvale della collaborazione scientifica di Pierpaolo Martucci, docente di criminologia all'Università di Trieste, storico della prima criminologia italiana e uno dei massimi esperti di Cesare Lombroso – segue un