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Abbiamo voluto partecipare all'IPA Asia Pacific Conference a Seoul spinte dal desiderio di approfondire le declinazioni della teoria e della clinica psicoanalitica, curiose di comprendere come le trasformazioni del nostro tempo stiano modificando l'essere umano e la sua sofferenza anche dall'altra parte del mondo. Sentivamo l'esigenza di fare esperienza diretta della realtà coreana, un Paese che – oltre il fascino esercitato su di noi da letteratura, cinema e musica – si pone oggi come uno dei più vivaci laboratori della contemporaneità. Raccogliere l'invito a reimmaginare il narcisismo nella cornice di una società tanto tecnologicamente avanzata e competitiva ci è apparso un'occasione di confronto di straordinario interesse.
Siamo arrivate qualche giorno prima per attraversare parte del Paese, lasciando che il viaggio diventasse una sorta di “premessa vissuta” alle riflessioni che avremmo incontrato durante il Congresso. Da Andong e dal villaggio tradizionale di Hahoe all'antica capitale di Gyeongju, dai templi buddhisti alle coste di Busan, fino ai paesaggi vulcanici dell'isola di Jeju e alla stessa Seoul, ci ha colpite l'intreccio tra tradizione e innovazione. Abbiamo visto una straordinaria prosperità economica coesistere con forme di fragilità individuali e sociali: una spaccatura tra estetica della prestazione e marginalità, già intercettate da film come Parasite , da serie televisive come Squid Game e da opere letterarie come i romanzi di Han Kang, Premio Nobel per la letteratura. Nella stessa capitale quartieri storici, templi e spazi dedicati a una natura rigogliosa sopravvivono, all'ombra dei grattacieli, come luoghi impregnati di spiritualità, frequentati da persone che sostano, pregano e si incontrano, mentre altre affollano boutique e cliniche estetiche, o
si isolano in universi digitali immersivi. Lo stesso accade nelle zone rurali dove la tecnologia irrompe nei moderni negozi in cui ci si fa ritrarre in