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Lo sviluppo di una teoria richiede in primo luogo una concezione delle nuove conoscenze in modo tale che esse possano essere integrate nella concettualizzazione precedente e in secondo luogo eventualmente una nuova interpretazione dei concetti vigenti. Non sempre è facile soddisfare entrambe le condizioni e si può arrivare ad un frazionamento della teoria in parti apparentemente inconciliabili. In psicoanalisi ciò si può vedere con il concetto di Sé, che a partire dalla sua introduzione da parte di Hartmann nel 1950, malgrado grossi sforzi, fino agli anni più recenti è rimasto una specie di corpo estraneo. Il Sé sta per persona e con il suo stesso nome rivela l'accesso metodico « dall'interno ». Esso rappresenta « l'aspetto interno » della persona psicofìsica, è il « punto di riferimento totale » (Thomae, 1980, p. 222), sul quale convergono tutti gli accadimenti intrapsichici. La persona totale è tuttavia comparsa relativamente tardi nella problematica della psicoanalisi. Quest'ultima prese le mosse prevalentemente dal sintomo, che Freud riconobbe come espressione di un conflitto in una persona. Con la sua scoperta dell'inconscio dinamico e con la costruzione del modello strutturale egli fu in grado di descrivere il conflitto come un compromesso nel gioco di forze fra le istanze Es, Io e Super-io. Egli non aveva bisogno di una definizione esplicita di Sé, poiché all'interno della sua impostazione di indagine il paziente gli si presentava come un soggetto fatto e finito, con il suo conio biografico, vale a dire egli presupponeva la persona — il Sé unitario — (cfr. Binswanger, 1957, p. 48). A tal riguardo la psicoanalisi classica è psicologia del conflitto che può far fronte ai suoi compiti, cioè la descrizione dei conflitti, in una persona essenzialmente strutturata e integrata, con l'aiuto del modello strutturale. Questo modello teorico diventa tuttavia troppo angusto quando la persona nella sua totalità viene inserita in un'impostazione scientifica del problema.