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«È la teoria a decidere che cosa possiamo osservare» (Albert Einstein).
Ma è l'uomo a decidere quale teoria adottare
L'articolo di discussione critica di Migone (2005) alla review di Palvarini (2005) -in cui venivano descritti tre orientamenti contemporanei di psicoterapia psicoanalitica breve - è un attacco al diritto stesso di esistere delle terapie brevi. È ovvio che, allorquando un professionista della psicoterapia senta l'esigenza di qualificare come “breve” il suo lavoro o quello di altri, questo avvenga perché si confronta con l'esistenza di terapie percepite come “lunghe”. Negare questa semplice evidenza con artifici razionalistico-dimostrativi tesi a disconoscere la legittimità metodologica della terapia “breve” è un'operazione funambolica, ma non da sottovalutare, visto che la visione della psicoterapia come “se non è profonda è inefficace, se è breve non è profonda” a tutt'oggi pervade il pensiero contemporaneo della maggior parte dei teorici nonché le rappresentazioni sociali dei fruitori di tale strumento terapeutico.
Se abbiamo ben compreso il suo pensiero, Migone argomenta come segue: una terapia può definirsi “breve” solo se contempla come criterio interno o esterno alla teoria una durata prefissata a priori (il time-limit setting); in caso contrario si deve parlare di terapeuti bravi e non di terapie brevi. Ma appare subito chiaro che, quand'anche fosse presente, questo criterio non sarebbe comunque sufficiente: Migone infatti si spinge oltre e “interpreta” alla stregua di una ideologia le terapie brevi. Esse sono il risultato di una collusione tra terapeuta e paziente, «sono cioè un sintomo, una formazione di compromesso» (p. 356), illudono il paziente sul fatto che possa essere possibile curare e guarire in fretta, da una parte, e dall'altra, rispondono alle esigenze di illusione, sociologiche ed economiche, da parte delle agenzie sanitarie pubbliche e private; si pensi ad esempio alle compagnie d'assicurazione. Tutto ciò implica una chiara presa di