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Da tempo, nel quadro di una generale trasformazione dell'università, vengono auspicati ragionevoli condizionamenti su di essa non solo in termini di programmazione ma, a mio avviso, soprattutto in funzione della spinta progressiva dei bisogni collettivi e individuali quale elemento trainante della trasformazione ed elaborazione culturale e scientifica. Questa esigenza è particolarmente sentita nell'ambito medico, ove da molte parti viene sottolineato il divario fra l'emergere nel paese di una coscienza sanitaria più ampia e diversa e una formazione medica separata dal corpo sociale, fondamentalmente nozionistica e il cui oggetto di conoscenza è la malattia come evento prevalentemente biologico.
La possibilità di avviare una formazione più aderente alle nuove richieste sociali è stata individuata anche nel collegamento dell'università con il “territorio”, inteso non solo come «spazio-ambiente definito e definibile; luogo e modo di vivere della gente; modello conoscibile di organizzazione sociale; patrimonio di tradizioni e di valori» (Loperfido, 1977, p. 23), ma anche - e forse soprattutto - come luogo di partecipazione