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Il conflitto edipico è il conflitto regio della psicoanalisi. Dopo averlo scoperto nel corso della sua autoanalisi nel 1897 e averlo formulato nell'Interpretazione dei Sogni del 1900, Freud si prese cura di questo gioiello della sua archeologia psichica per tutta la vita e non esitò a fare del suo riconoscimento «lo shibboleth [criterio discriminante] che contraddistingue i partigiani della psicoanalisi dai suoi avversari» (1905, 531, in nota). Il Re Edipo diventa così il più famoso tra gli eroi freudiani dell'antichità e — spesso raffigurato in ogni sorta di vignette — si guadagna nella cultura popolare il posto di rappresentante della stessa psicoanalisi. E così, tutti sanno di Edipo — l'uomo che uccise il padre e giacque con la madre. Ma questa versione è solo uno schema piuttosto generale e approssimativo. Esplorando più a fondo questo snodo centrale dello sviluppo infantile, Freud alla fine giunse a pensare che la situazione edipica fosse in realtà una configurazione complessa composta da vari conflitti — fatto che riconobbe nel 1910 introducendo la nozione più estesa di complesso edipico. Da quel momento in poi, i conflitti edipici non riguardano più soltanto amore e odio, o fantasie sessuali e rivalità, ma includono le ferite narcisistiche connesse all'accettazione della differenza tra i generi sessuali e le generazioni, le angosce di castrazione e l'invidia del pene, le molte versioni e i fallimenti delle teorie sessuali infantili (che sono formazioni di compromesso tra la sete di conoscenza e le angosce connesse al sapere), e sono complicati dalla bisessualità costituzionale dell'essere umano che si esprime nella versione positiva e negativa del complesso edipico. Pochi concetti sono stati trattati in modo così esteso e in un così ampio numero di saggi e libri a favore o contro la concezione di Freud. Personalmente, però, continuo a pensare che ci siano molte altre cose da dire e che esista tutto