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Una teoria del processo è assente dall'opera di Freud, nel senso che anche le considerazioni e le regole formulate attraverso gli scritti sulla tecnica, non affrontano i fenomeni dell'analisi secondo una sequenza logica e cronologica. È da notare che Freud si servì del termine Vorgang e non Prozess per indicare un movimento psichico senza alcuna connotazione di direzione, un termine tratto dalla chimica ottocentesca che indica un mutamento di stato, una «trasformazione» (Riolo, 1986, 389). È solamente in occasione del congresso panamericano di Buenos Aires del 1966 che la concettualizzazione del processo psicoanalitico entra in una fase di maggiore approfondimento teorico. Il testo di Meltzer (1967) su questo argomento uscirà l'anno successivo.
Nel complesso degli accadimenti della relazione analitica che formano il processo psicoanalitico non è agevole delineare le coordinate che consentano di individuarne il significato e scoprirne l'ordine, e anche nella letteratura il processo sembra a volte coincidere addirittura con l'idea stessa di trattamento. Siamo presumibilmente in presenza di un concetto omnicomprensivo e assai vago e incerto (Canestri, 2003), forse perché include troppi parametri e spesso induce ad esposizioni necessariamente sintetiche e riassuntive di un movimento che dura per anni (Petrella, 2003).
Per un'ampia e articolata disamina dell'argomento rimando ai lavori di Petrella (2003), Canestri (2003) e Bokanowski (2003), mentre in questa sede, per lo scopo che mi prefiggo, intendo restringere il campo di indagine e focalizzarmi sullo studio del funzionamento della mente dell'analista in seduta. Accogliendo la lezione bioniana che tende a considerare la psicoanalisi come un modo di