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«Di ciò che chiamiamo la nostra psiche […] ci sono note due cose […]: il cervello […] e […] i nostri atti di coscienza che sono dati immediatamente e che nessuna descrizione potrebbe farci comprendere più da vicino […], non è data una relazione diretta fra i due estremi del nostro sapere. Ma se pure […] esistesse, al massimo potrebbe fornire un'esatta localizzazione dei processi della coscienza, […] non […] aiutarci a comprenderli meglio».
(Freud, 1938, 572).
Il nostro esergo intende ricollegarsi alla conclusione del contributo, all'origine del confronto sulla Rivista di psicoanalisi, secondo la quale la distanza che divide il cerebrale dal mentale non è di ordine empirico ma logico e come tale incolmabile (Cimatti, 2007, 706). Intendiamo approfondire la riflessione intorno alla natura di questo iato freudiano che ci sembra eccedere la questione della pluralità della scienza. Per questo intendiamo riprendere alcune delle analisi proposte da Cimatti per provare ad ampliarle e radicalizzarle allo scopo d'individuare un terreno teorico adeguato alla specificità della pratica analitica.
Il caso esemplare di interpretazione monolitica e riduzionista della scienza è rappresentato da un articolo di Kandel (1999) nel quale la psicoanalisi viene esaminata e valutata sotto la luce della filosofia verificazionista e materialista