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Il film Ogni cosa è illuminata del regista Liev Schreiber, tratto dall'omoni-mo romanzo di Jonathan Safran Foer (2002), presentato al 60° Festival del cinema di Venezia, mi ha a sua volta «illuminato» nel prestare più attenzio-ne, nel lavoro clinico, «agli altri dentro di noi», come dice Kaës, e stimolato in modo specifico una serie di pensieri che riguardano il problema della trasmissione transgenerazionale.
In un lavoro dello scorso anno con , abbiamo scritto sul potere evocativo che le immagini che scorrono sullo schermo ci offrono.
Immerso in quell' atmosfera particolare che è la sala cinematografica, al buio, intento a guardare immagini in movimento insieme ad un gruppo di simili, l'ana-lista si trova nelle condizioni ideali per utilizzare i suoi abituali strumenti di lavoro, in un esercizio che facilita il suo funzionamento mentale preconscio e lo mette in contatto con parti del Sé, che la visione di certe immagini ha dotato di una spin-ta rappresentativa nuova. Un processo rappresentativo parzialmente o totalmente inibito, o che era rimasto sconosciuto, «disattivato», può allora rimettersi in moto grazie alla potenza evocativa delle immagini in movimento e alla complessa macchina cinematografica, dotata di mezzi sempre più sofisticati, che includono parole, suoni, silenzi, rumori, musica.
Come dice Golinelli (2004, 455): «Tutto ciò diviene il mezzo per riprendere il tragitto che dalle sensazioni/percezioni va verso la rappresentazione, in una continua offerta di “rappresentazione di cosa” (Racalbuto, 1994). In quest'otti-ca, il cinema può essere un'occasione per riattivare la funzione di rappresentazione,