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Èancora utile intendere la teoria psicoanalitica unicamente come «un'espressione allargata del controtransfert» o non sarebbe forse più conveniente considerarla, in primo luogo, quale espressione del transfert sull'oggetto? Nel definire la psicoanalisi quale «azione cognitiva» particolarmente complessa, continuamente in fieri ed esposta alla presenza dell'oggetto, Francesco Corrao (1992) ha evidenziato la dimensione bipersonale e interattiva insita nel campo analitico, ricordandoci intanto che «l'esperienza cognitiva istituisce di per sé un legame». Tale legame, scrive, «può essere vitalizzante e […] favorire la scoperta, quando è l'esito di una trasformazione positiva di un sentimento doloroso di ostacolo o di limite; ma, al contrario, può essere devitalizzante, o anche esiziale, se il possesso della conoscenza è utilizzato per eludere o evitare l'esperienza dolorosa, anziché per trasformarla» (14-15).
La «formula» ripresa da Conrotto (2011, 190) per definire la teoria, appare dunque non soltanto «fin troppo abusata», ma soprattutto riduttiva poiché, da sola, non basta a rendere conto della complessità dell'indagine psicoanalitica, né delle funzioni del «campo» da essa attivato. Più proficuo invece ricordare che la teoria psicoanalitica è una funzione del campo che essa stessa concorre ad attivare attraverso l'inestinguibile tensione tra spinte esplorative-creative e valenze difensive. L'esito di un riferimento all'area controtransferale quale vertice epistemico prevalente, comporta inevitabilmente l'indebolimento della portata della presa cognitiva sull'oggetto, rispetto al quale il soggetto risulterebbe essere non tanto esposto bensì colonizzato e, parimenti, l'indebolimento della specifica «dialettica soggetto-oggetto» che, nella esplorazione psicoanalitica, assume una