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In un qualche momento, dopo la seconda guerra mondiale, nello statuto dell'IPA è comparsa una definizione di «psicoanalisi» tale da far pensare ad una sorta di capovolgimento avvenuto rispetto a quanto Freud aveva già stabilito negli anni Venti. Lo ha rilevato molto recentemente Giovanni Vassalli, analista di Zurigo, mettendo a confronto l'articolo 1 dello statuto IPA con il famoso Junktim di allora (Vassalli, 2008, 767).
La sua osservazione non è in realtà del tutto nuova - era già stata fatta ad esempio da un analista lacaniano (Safouan, 1983, 30) - ma cade ora in un momento molto opportuno, oggi che siamo sollecitati a ripensare i fondamenti della psicoanalisi freudiana, cioè il metodo, ed a confrontarli con le nostre difficoltà.
Possiamo anche aggiungere a questo una comprensione diversa del modo freudiano di ragionare. Oggi lo studio del materiale che era rimasto non pubblicato, e la lezione di Laplanche nelle sue Problematiche (1980), ci fanno leggere con una diversa attenzione quello che avrebbe dovuto esserci già noto.
Nello Junktim di Freud, dunque, troviamo che: «Psicoanalisi è il nome: 1) di un procedimento per l'indagine di processi psichici cui altrimenti sarebbe pressoché impossibile accedere; 2) di un metodo terapeutico (basato su tale indagine) per il trattamento dei disturbi nevrotici; 3) di una serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via che gradualmente si assommano e convergono in una nuova disciplina scientifica» (Freud, 1922, 430).
Nel nuovo articolo di statuto, invece, il termine «psicoanalisi» designa in primo luogo una teoria della struttura e della funzione della personalità, l'applicazione